L'antico ruolo della donna nella danza

di Massimiliano Raso

Nel saggio La visione dionisiaca del mondo, Nietzsche ritiene che la danza sia come una sorta di linguaggio di gesti potenziato, inteso ad esprimere la trasformazione del gesto naturale del camminare in una formula plastica capace di divenire, un attimo dopo, danza, salto o volteggio. Dal concetto ancestrale di dée madri, la donna ha sviluppato un complesso sistema psicologico che ha trovato, in tutte le epoche e civiltà, una sua appropriata rappresentazione nell’arte. Ninfe e Menadi, infatti, due figure interessanti dell’epoca classica, attraversano l'età buia del Medioevo per essere riprese nel Rinascimento e rielaborate nell’Ottocento. Un chiaro esempio della capacità di esprimere gli stati emotivi più profondi del genere umano. Presso le civiltà del passato si sviluppano tipologie di danze guerriere, religiose, profane al fine di mostrare la propria abilità corporea a seconda delle motivazioni individuali. Sin dall’antichità alle donne di particolare bellezza, che venivano comprate al mercato degli schiavi e portate nelle residenze signorili, veniva loro insegnato l’arte dell’intrattenimento attraverso il ballo. Dovevano soddisfare, con sensuali movenze, gli esigenti padroni. Nel Medioevo l’immagine della donna è sempre più presente nel linguaggio coreutico. Uno dei balli più documentati, la carola, fonti storiche la citano già nel XII secolo nell'Europa occidentale sia negli ambienti di corte sia in quelli rurali, definiscono la figura della donna come dama che si accompagna con proprie abilità di danzatrice presso le feste e i ritrovi dell’epoca. Una forma di danza costituita da due gruppi di danzatori che si tengono le mani formando un cerchio, con un capogruppo che conduce la danza e il canto e gli altri che ripetono il ritornello. Lo stesso Dante usa la parola carola in modo gentile e per indicare “quelli beati spiriti", intendendo anche la fisicità nel muoversi, "che seguitavano come fanno le persone nel ballo tondo: carola è ballo tondo. La danza nel periodo medievale fu contrastata dalla Chiesa che vi ravvisava occasioni di peccato e di immoralità. In una società già improntata sull'uomo, le donne comparivano solo sotto forma di idee, di idoli e di immagini prodotte dalle fantasie maschili. La donna rappresenta la “capta dei”, cioè colpita dal peccato, un richiamo debole quello della danza femminile che, a sentire la teologia del tempo, condurrebbe alla caduta del peccato. A partire dal Cinquecento, presso le corti rinascimentali, sfarzose negli addobbi e negli apparati scenici, la donna partecipa a nozze e ricevimenti con sempre più eleganza stilistica dettata dai primi grandi maestri di danza. Nell quadro di Moreau del 1876, l’“Apparizione”, Salomè quasi nuda è in punta di piedi, nel fervore della danza, i suoi veli sono caduti ed è coperta solo da monili di metallo e pietre trasparenti. Nell'episodio narrato nel Vangelo di San Marco e di San Matteo, Salomè è bellissima. Esprime la femminilità primordiale, la grazia in terra di una donna danzatrice. Ma balla per uno scopo, in una danza trasudante di corporeità ed erotismo ottenendo poi, in segno di ricompensa, la testa di San Giovanni Battista. Un significato pieno di interpretazioni storiche ma che conserva intatto il suo carattere nella donna fatale, perfino quando viene sopraffatta dal terrore. E' questa la rappresentazione iconografica cui relegare la donna danzatrice? Scaltra e capace, bella e dannata. Nell'immaginario collettivo contemporaneo si assiste frequentemente, anche attraverso balli popolari, folclorici o esotici, alla visione della donna solo oggetto pubblicitario. Alla donna, invece, va riconosciuto quell'atto convulsivo, isterico, sessuale del suo danzare, che rimanga scolpito negli occhi e nel cuore dell'uomo, perchè è lei la protagonista di una storia millenaria.

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