Il mito Guevara

di Massimiliano Raso

Il 14 giugno del 1928 le doglie sorprendono una giovane ragazza che sta viaggiando lungo il fiume Paranà in Sudamerica: il suo nome è Celia de la Serna. Bella, capelli lunghi, colta e di famiglia agiata, Celia ha solo 21 anni, ma sta per diventare la mamma di un futuro mito. Ernesto Guevara, considerato il Robert Redford dei rivoluzionari, è una grande icona del ventesimo secolo, nato in una famiglia dell’alta borghesia, sin da ragazzo il suo intento è la realizzazione del sogno di Bolivar e Martì per una grande patria americana. Dotato di una forte carica di volontà e tenacia e una precoce vocazione ribelle, Guevara convive con la broncopolmonite, la causa dell'asma che lo tormenterà per tutta la vita, talmente terribile che i genitori pensavano sarebbe morto. “O l’infanzia è il destino”, come diceva lo Psicologo messicano Santiago Ramirez, oppure l’infanzia è un processo casuale, è la preistoria di un cittadino che costruisce se stesso nel corso della vita facendo appello al libero arbitrio (Paco Ignacio). Ventenne  laureando in Medicina, si mette in sella della Poderosa II, una Northon 500 con lo scopo di viaggiare nel "suo continente" alla ricerca delle ingiustizie. L'amico di traversata Alberto Granado annoterà in un diario: “Il primo viaggio servì a fare domande. Il secondo a trovare risposte…Viaggiare lo rese sensibile alle ingiustizie…Furono quelle le radici delle sue teorie marxiste”. Un itinerario insidioso le cui tappe fondamentali sono Machu Picchu, il lebbrosario di San Pablo, lungo il quale il giovane protagonista osserva la miseria, l’emarginazione e la povertà del popolo latino-americano. Scriverà più tardi: “Mi rendo conto che ho maturato qualcosa in me che da tempo cresceva nel frastuono cittadino: l’odio per la civiltà, la rozza immagine di persone che si muovono come impazzite al ritmo di quel tremendo rumore”. E’ stato detto che la fortuna del Che Guevara è dovuta a due casi: la prima che “gli eroi son sempre giovani e belli”; la seconda dovuta all’ignoranza degli estimatori di ieri e di oggi, perché associato a tutto quanto fa spettacolo. Messico, notte del 1955, un giovane avvocato cubano in esilio si prepara a rientrare a Cuba: il suo nome è Fidel Castro. L'incontro con il futuro “leader maximo” è pieno di speranze e condivisioni : stessi ideali, il culto dei “guerriglieri”, la volontà di espropriare il dittatore Batista del territorio cubano. Fidel Castro dirà che Che Guevara è: "un uomo con le tre C, un cuore, un cervello e dei Cojones”. Sbarcato clandestinamente a Cuba con Fidel, nel 1956 si autonomina comandante di una colonna di “barbudos”. Per i più critici, il Che è crudele e determinato. Un filone di studi revisionisti sul Che, del resto, derubricano la sua immagine da eroe romantico a “macchina assassina”, come ha scritto in un articolo su “New Republic” Alvaro Vargas Llosa. Per Leonardo Facco, invece, se si prova a chiedere al “cittadino qualunque” una definizione sul Che si nota che il 99% delle risposte hanno un simile tenore: ”…il Che compie imprese meravigliose che suscitano stupore e ammirazione, (…) che lo fanno apparire come una guida….” Un video dedicato al combattente tra gli anni Cinquanta e Sessanta lo descrivono come “una macchina da morte”. Durante un discorso alle Nazioni Unite così si esprimeva: ”Fucilazioni? Si, abbiamo fucilato. Continuiamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario. La nostra lotta è una lotta fino alla morte”. Lo storico Enrique Ros sostiene che: “Guevara fino all’arrivo in Guatemala (all’epoca dell’invasione militare) era solo un avventuriero interessato al gioco del football, all’indifferenza e alle fotografie che scattava…” mentre tutto intorno la gente fuggiva alle bombe ed alla guerra. Altri studiosi sostengono che la sua azione politica sia stata brillante in quanto mirava, in positivo, ad un progetto alternativo economico e culturale al capitalismo per l’isola di Cuba con la “guerra alla burocrazia”, al settarismo, all’inefficienza, agli eccessi della statalizzazione. La verità sul Che, decenni dopo la morte a Valle Grande in Bolivia, in cui il suo cadavere venne adagiato su una lastra di cemento dell’ospedale di “Nuestra Signora de Malta”, non è facile far venire a galla in tutta la sua autenticità. A tal proposito il sociologo Jorge Castaneda, autore di una biografia autorevole, ha scritto: ”Gli scoprirono il volto, ora rilassato e sereno, e gli denudarono il torace. Quando cominciò la processione di giornalisti e cittadini curiosi, la metamorfosi era completa…(.) L’esercito boliviano aveva trasformato un rivoluzionario ormai intrappolato e rassegnato in un simulacro di vita oltre la morte….” Con la morte del Che Guevara si chiude un periodo della storia americana, la possibilità di estendere la rivoluzione ad altri Paesi e, come scriverà anni dopo il francese Michael Lowy, “Passano gli anni, cambiano le mode, al moderno succede il postmoderno,(…) eppure il messaggio del Che … mantiene un nucleo forte e incandescente che continua ad ardere in quest’oscura e fredda fine secolo.”

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