La danza dei piaceri

di Massimiliano Raso

Si legge in Matteo 14,6-11: “Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno”. Salomè, con i suoi veli simbolo di una seduzione misteriosa, è l’immagine della bellezza orientale, la rappresentazione di una giovane donna che danza per il Re con movimenti erotici, certamente in cambio di una terribile verità. La figurazione della donna danzatrice seduttrice viene raccontata in termini moralmente depravati a partire dal francese Ernest Renan. Flaubert, oltretutto, prende spunto dalla propria relazione con una prostituta danzatrice incontrata in Egitto e che lo contagiò la sifilide; da Oscar Wilde che nel 1893 pubblica la tragedia proprio denominata “Salomé” in cui la donna viene descritta come un personaggio perverso. Pura fantasia dei soliti romanzieri del tempo? La danza orientale comprende un vasto repertorio coreutico: da quella popolare, il Baladi, al Sharqi ballato da danzatrice occidentale e noto come danza del ventre, al Sha’bi, suddiviso in Tahtib, praticato solo da uomini, e Raks Al Assaya. Le origini di questa danza risalirebbero ai culti religiosi della "madre terra" Ishtar, dea dell'amore che i Semiti celebravano nei loro templi dei sensi. Sin dall’epoca dei faraoni, in effetti, le donne ricoprivano un ruolo di tutto riguardo nella società. Prevarrebbe una sorta di cultura matriarcale, di “sacralità dell’intimità femminile” che si manifestava per mezzo di una ritualità ancestrale per cui la donna è una Dea capace di generare la vita. Distaccandosi dal rito propiziatorio autoctono legato alle varie divinità, cambiando la sua funzione da scopo sociale e religioso a forma di intrattenimento, la danza orientale arriva in Europa verso la metà del 1800 importata dalla terra dei Faraoni. Edward W. Lane scriveva: “…l’Egitto è stato a lungo celebre per le sue danzatrici pubbliche, le più famose delle quali provengono da una tribù nomade ben definita chiamata Ghawazy”. L’Occidente del Romanticismo che incontra l’Oriente coreutico ha restrizioni sessuofobe che non ne consentiranno la pratica, ma del resto nel diciannovesimo secolo anche in Egitto vengono emanate leggi religiose limitative che relegano il danzare alla clandestinità: le donne danzatrici sono spesso prostitute o peggio ancora uomini travestiti da donna alle quali è permesso esibire il corpo in movimento. E non è lontano il periodo medievale in cui le donne erano schiave di bell’aspetto da destinare nei palazzi di califfi per cantare, danzare, mescolare l'uso della propria femminilità, sedurre con il corpo. Napoleone Bonaparte e i suoi soldati puritani, dunque, vengono a contatto con visioni di corpi femminili sensuali che si muovono in pericolose danze afrodisiache; furono loro a introdurla nell’Europa “Vittoriana” che scopre la magia della "danse du ventre", come venne ribattezzata. Benché susciti piacere negli spettatori maschili, è prima di tutto “una danza delle donne per le donne”, la cui principale funzione è quella di ridare benessere al corpo e alla mente. Il successo della danza orientale a partire dal Novecento passa per la danzatrice Isadora Duncan che danza a piedi nudi, con i capelli sciolti e avvolta in veli fluttuanti; attraverso le pellicole Hollywoodiane il mito dell’Oriente come fuga nell‘esotico favoriscono la diffusione di questo modo di danzare in tutto il mondo con la conseguente nascita delle prime scuole. Le danzatrici orientali diventano delle star grazie ancora all’uso del velo che conferisce a questa danza quel segreto profondo nel coprire e scoprire il corpo. In un mondo moderno dove la fisicità delle donne è spesso merce di scambio, dove la possibilità dell’immaginazione sensuale del movimento corporeo è pressoché scomparsa, la danza orientale mantiene vivo quel sentimento antico di bellezza naturale e misteriosa allo stesso tempo, e che ha permesso quell'enorme successo con grande profondità estetica, coreutica e culturale.

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